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Enver HOXHA

in  (Capitolo su Rom: pagg. 283-292). 1983, 302 pagg. + foto.

 

Durante la mia infanzia, i Rom vivevano in gruppi ai margini delle città, ma anche sparpagliati nei dintorni. Anche da noi, a Palorto. Anche se le loro condizioni di vita erano difficili erano tutti, uomini e donne, grandi e onesti lavoratori. Nonostante la povertà, non erano sporchi, o ladri, truffatori, depravati o vagabondi. […]

 

Le loro case, misere e piene di bambini, non sempre erano ordinate, erano anche un po’ buie e alla fine della giornata, siformava un’ombra sul davanzale dove, unico lusso, c’erano, unico lusso, piante di maggiorana e gerani. Quello era il contatto che mantenevano col mondo dei fiori, un’armonia necessaria allo spirito indipendente di questi popoli. Guadagnavano pochissimo, pagati tre volte meno degli altri (praticamente niente), lavoravano a giornata, riunendosi nella pausa per mangiare, e a sera tornavano alle loro baracche, dopo aver chiesto ai loro capi del pane per i bambini. I loro figli erano vestiti con abiti di seconda mano donati dalle dame di carità e quando una ragazza cresceva, otteneva il secondo abito usato.

 

Le donne lavoravano come domestiche e balie. Gli uominierano facchini, spazzavano le strade e i mercati, tagliavano la legna o pulivano i camini. Trasportavano anche sabbia e ghiaia […] Molti lavoravano a giornata nei campi.

 

Naturalmente, anche allora c’era chi li vedeva come di razza inferiore, ma la nmaggior parte degli aitanti di Girocastro li rispettava e si fidava di loro.

 

Quanto a me, sono cresciuto insieme a loro, perché a Palorto ce n’erano molti. Casa nostra era sempre aperta e soprattutto con Shamo e Xhelal formavamo un’unica famiglia. Loro erano una famiglia di facchini, molto rispettati. […]

 

Erano anche tempi di fanatismo religioso e le donne allora dovevano essere velate non solo in strada, ma anche quando ricevevano ospiti. Ma quando c’erano Shamo, Xhelal e i loro figli Ramo, Mehmet, Ymer, Fejo, etc. le donne di casa nostra non mettevano il velo [e neanche le loro].

 

In casa nostra, c’erano più ragazze che ragazzi: zio Czen ne aveva undici ( di cui 4 morirono, mentre tutti i maschi sopravvissero), mio padre aveva tre figli e cinque figlie. […] Eravamo un’unica famiglia con la loro, spesso mangiavamo assieme e quando le donne andavano in visita, i figli di Shamo le riaccompagnavano sempre.

 

Soprattutto, zio Czen non era un fanatico religioso: era istruito, semplice e naturale, un uomo del popolo. Era a capo della nostra famiglia patriarcale. A volte lo vedevamo mentre beveva brandy con Shamo e Xhelal, ma non l’abbiamo mai sentito dire niente di cattivo o volgare. Le donne, vecchie o giovani, della loro famiglia: Rabia, Hanko, Refo, Lukja, Shajbia e le altre, la moglie di Ramo, di Mehmet, non erano differenti dalle nostre donne.

 

Mia madre mi diceva che quando ero piccolo, lei non aveva latte ed ero stato svezzato da Rabia, crescendo, a volte mi diceva: Enver, tu sei scuro di pelle, perché sei stato allattato dalla Zingara Rabia. Mi ricordo la voce soave di Rabia, una donna bella di corporatura normale, mentre crescevo assieme a suo figlio Fejo, che aveva la mia età.

 

Gli anni passarono. Crebbi, andai a scuola, mi unii alla Resistenza, non mi dimenticai di Rabia. Dopo la guerra tornai a Girocastro e la cercai. La ritrovai e non era cambiata, ma il tempo e le difficoltà l’avevano invecchiata. Mi abbracciò e mentre posavo la testa sul suo petto ormai asciutto per gli anni, mi disse: Non hai perso il latte che ti ho dato, ne hai avuto beneficio come noi, perché hai combattuto per i poveri. Queste parole ebbero un grande impatto su me e sul Partito, ci incoraggiò a continuare la lotta contro i privilegi e combattere il razzismo con tutte le nostre forze.

 

Quello che caratterizzava Shamo era la sua faccia color caffè, una grande lente che gli pendeva dall’orecchio e un’enorme cintura che reggeva il suo enorme corpo. Era il suonatore di tamburo del quartiere, il re del Ramadan che annunciava la festa del bayram e la sua fine. L’orologio della nostra strada. Lo adoravamo tutti, non solo come membro della comunità, ma era anche l’unico che suonasse uno strumento nel quartiere. E che strumento! Un grande tamburo, scurito dagli annie dal fumo, con due bacchette durissime. Shamo appendeva al muro il suo tamburo e io lo battevo leggermente col palmo della mano. Suo padre rideva e invece sua moglie diventava irritabile:

– Ragazzo, molla il tamburo! Ci rovini le orecchie. Ne ho già abbastanza del mio vecchio!

– Lascialo suonare, il figlio di Halil. Ne faremo un grande suonatore di tamburo!

Che piacere seguire Shamo passo a passo, al tempo del Ramadam, quando percorreva le strade.

 

Ero un bambino e chiedevo: Dade Shamo, perché porti quella lente e quella grande cintura?

Per far vedere ai ricchi e ai padroni, che tutto quel che mangio lo guadagno col sudore della fronte, me lo merito e così ingrasso.

Fu così che rimediai uno schiaffone da zio Czen, quando gli dissi:

Tu non meriti il pane che mangi, non sei come Dade Shamo: non porti una lente all’orecchio e neanche la sua gran cintura.

Tornai con la guancia che bruciava dal vecchio Rom, che mi rispose: Non abbassare mai la testa di fronte alle ingiustizie e se ti picchiano ancora, dimmelo, che lo tiro per la barba sino al mercato

 

[…] Crescendo, andai a scuola e mi stupii che i miei amici Rrom non ci andassero:

– Perché non venite anche voi?

– Mio padre non mi lascia. Devo lavorare, guadagnarmi il pane, la scuola non fa per noi.

 

Capii più tardi, quando gli insegnanti […] ci aprirono gli occhi. Comunque […] mi feci nuovi amici, senza dimenticare chi aveva formato il mio carattere. Ymer, figlio di Xhelal, era più anziano di me. Lavorò come portatore tutta la vita. […] E’ morto l’anno scorso, premiato con la medaglia dei veterani del lavoro. […]

 

Poi c’era Ramo Iolixhiu,che trovava piacere nel buon bere e nel violino. Me lo ricordo ancora quando ci incontrava, il violino sottobraccio, che si affacciava alla nostra finestra chiedendo:

Zio Czen, hai avuto una buona giornata? Posso suonarti qualcosa?

Dai, suona! e allora zio Ramo attaccava con le canzoni di dove aveva combattuto zio Czen, ricevendo in cambio un bicchiere di brandy, con olive e formaggio.

 

Baczo il ciabattino, figlio di pastori e mio compagno di giochi, molto più piazzato di me. […] Lo cercai dopo la Liberazione, quando tornai a Girocastro. […] Trovai solo suo padre: Baczo si era salvato, ma suo figlio era morto e così molti altri compagni di gioco, che avevano raggiunto la Resistenza.

 

[…] Enver si era unito alla Resistenza. Una mattina stavamo andando a lavoro, quando incontrammo Sami Karagjoz, la faccia da topo e gli occhiali con la montatura d’oro. Quel collaborazionista ci apostrofa: Dimmi, dannato zingaro, anche tuo figlio si è unito a questa merda del figlio di Halil Hoxha? […] Avevo paura e così lui continuò: Perché mi fissi in quel modo? Abbassa lo sguardo in mia presenza! Risposi che non avevo niente di cui vergognarmi e che mi guadagnavo da vivere onestamente. Sì continuò lui vedrai cosa faremo a quei pezzenti che sono andati in montagna! A quel punto, non riuscii più a trattenermi: Ride bene chi ride ultimo, signor Sami! e finalmente me ne andai.

 

Ci ritrovammo, dopo la Liberazione e la vittoria del Partito. Strisciava lungo il muro. Allora, gli chiesi signor Sami Karagjoz, chi ha vinto alla fine? Mi rispose vigliaccamente: Pensate di aver vinto. Avete perso vostro figlio! […]

 

A Girocastro, i Rrom non hanno perso le loro magnifiche tradizioni, continuano a ridere e cantare dal cuore e a suonare i loro strumenti: la yoghar, una specie di chitarra a tre corde, il violino, il tamburo, il clarinetto, il liuto. […] Hanno adattato l loro music alle nostre canzoni, ma le loro melodie nostalgiche sono sempre riconoscibili […]

 

Dopo la Liberazione, hanno contribuito grandemente allo sviluppo musicale del nostro paese. […]

 

Sono pieno di rispetto per questo popolo che posso dire di conoscere così bene e che non potrò dimenticare. […]

 

 

ultima modifica: 2014-11-19T19:43:59+01:00da solerosso1917
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